Cesena – Nello sguardo, nella mente, nel cuore



La collina

Cesena ha meritato la citazione nella più grande opera letteraria del mondo e di tutti i tempi, la Divina Commedia, per la sua geografia e l’ardore politico dei suoi abitanti: Dante infatti afferma che la città, lambita dal fiume Savio, siede tra la collina e la pianura così come il Comune, per dirla con parole d’oggi, passa da un regime tirannico ad un sistema democratico: “E quella cu’ il Savio bagna il fianco, / così com’ ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte, / tra tirannia si vive e stato franco.” (Inferno, XXVII, vv. 52-54). Per il Poeta dunque, che doveva ben conoscere i Cesenati e che venne a stabilirsi a pochi chilometri da loro nella vicina Ravenna, dov’è tuttora sepolto, la presenza della collina è così consustanziale alla città da influire addirittura sulla loro indole politica.

Il colle che con più decisione si spinge fin tra le case, come la zampa di quella gran fiera dormiente che è l’Appennino, è il Garampo. Esso assume, nell’ultima propaggine su cui s’annida la Rocca Malatestiana, il bellissimo nome di “Sterlino”, nome che però i Cesenati non usano e spesso non conoscono. Lo Sterlino s’insinua con tale risolutezza nell’abitato che la Via Emilia, la storica strada che fila sempre praticamente rettilinea da Rimini a Milano, proprio a Cesena è costretta ad una curva per girare intorno a quel colle prepotente: per questo motivo uno dei nomi antichi della città fu “Curva Caesena”. Proprio sul colle Garampo è nata la città: qui stavano le prime capanne, poi qualche abitazione in muratura e un fortilizio strategicamente molto importante fino alla Repubblica di Roma, perché da questo punto era possibile sorvegliare lo sbocco della valle del Savio proprio lì dove si congiunge con l’arteria della Via Emilia. Ai piedi dello Sterlino si è poi allargato quel paesone che era e che per secoli altro non fu: un crocevia di traffici, commerci, servizi per la roccaforte militare. Non doveva essere molto altro, tanto che Giancarlo Susini, nel capitolo “Cesena romana” dell’opera “Storia di Cesena” esordisce chiedendosi: “Tanto poco si è recuperato di antico dal sottosuolo di Cesena che sembra legittima la domanda: questa città, al tempo dei Romani, fu tanto piccola e di poco conto?”.

L’altro rilievo che disegna il profilo collinare di Cesena è il colle Spaziano, che i Cesenati ancora una volta non chiamano così ma, semplicemente, “Monte”. Anche la strada che lo risale, permettendoci di abbracciare con lo sguardo la città sdraiata ai suoi piedi, si chiama “Via del Monte” e basta, così pure la splendida Abbazia benedettina della Madonna del Monte, per cui persino la Madre di Dio è riconosciuta e venerata in città col nome di “Monte”. Per Lei gli abitanti salgono a piedi al “Monte” a frotte per la festa dell’Assunzione il 15 agosto. Dunque le colline a Cesena denominano anche la massima figura femminile della religione, toccano e designano il sacro. Ma a ben guardare tutta Cesena è ondeggiata dai rilievi e solo nelle frazioni lontane, dopo Sant’Egidio, si tranquillizza nella piana. Così chi viene da Rimini prima di arrivare in centro deve affrontare il saliscendi del colle del Seminario e poi di quello che gira intorno all’ospedale, per distendersi nell’altopiano di Via Fiorenzuola, sull’antico tracciato della Via Emilia. Se si percorre invece il nuovo tracciato di quella che i Cesenati continuano a chiamare Via Emilia (in realtà ufficialmente i viali Marconi-Oberdan-Bovio) ci si accorgerà che ad un certo punto la strada passa di nuovo tra due colli: da una parte la zona della Fiorita, con una collinetta su cui sta il lugubre Palazzaccio, dall’altra la collina della chiesa di San Pietro, in mezzo appunto la strada. Infine il viaggiatore che giunge da Forlì non fatica ad accorgersi che il lungo rettilineo che s’infila dritto in centro da Ponte Nuovo è in salita. Cesena è tutta così, crespa, rollante, ondulata: quasi certamente è femmina.

Ma la collina è soprattutto sinonimo di “terra”. I Cesenati lo sanno, perché assomigliano molto, nel carattere concreto e fattivo, alla terra. Uscendo dalla città e inerpicandosi a piedi, ad esempio, per la via “dei Gessi” dietro all’Abbazia del Monte, come centinaia di cittadini fanno appena il tempo è libero e clemente, può venire in mente quel che dice Pavese, cantore di altre colline pur così simili alle nostre, quelle delle Langhe, ugualmente irte e fertili insieme: “Ma quella sera preferii soffermarmi su una svolta della salita sgombra di piante, di dove si dominava la gran valle e le coste. Così mi piaceva la grossa collina, serpeggiante di schiene e di coste, nel buio. In passato era uguale, ma tanti lumi la punteggiavano, una vita tranquilla, uomini nelle case, riposo e allegrie (…). Dietro ai coltivi e alle strade, dietro alle case umane, sotto i piedi, l’antico indifferente cuore della terra covava nel buio, viveva in burroni, in radici, in cose occulte, in paure d’infanzia”. Ecco, sopra la città respira da sempre la nostra collina, “serpeggiante di schiene e di coste”, e un po’ ci fa come lei, antica e semplice, in ascesa verso il cielo ma mai troppo lontano dalle case, dalla pianura e perfino (così vicino che già lo possiamo vedere) dal mare.