Pavese

Incontro

Voglio provare ora a leggere una poesia di Pavese non come un fatto letterario, con quella distanza ammantata di pregiudizio che i fatti letterari e di cultura proiettano spesso quando si legge e scrive e ragiona di un testo. No, vorrei leggere Pavese, ogni singola pagina della sua opera, come si legge un fatto della vita. Anche perché così è. Un fatto della vita non è sempre perfettamente leggibile, anzi: talvolta capiamo male; altre volte non ci soffermiamo abbastanza e, temo, il più delle volte non ci fermiamo affatto. Le cose accadono, e basta, e ci prendono nel loro gorgo rutilante o rotolante per poi lasciarci “muti”, dopo che ci siamo scesi alla maniera degli automi. Qualche volta, però, siamo stranamente presenti ai fatti della vita, e sono le volte che essi diventano epifanie, improvvise e inattese rivelazioni. Spesso non è neppure merito nostro: una parola, uno sguardo, un accento di verità che viene dagli altri ci fa fare un trasalimento fermo, che ci blocca. E ci fa ripartire, perché davvero, come dice Pavese, l’unica gioia della vita è cominciare.

Pavese ebbe uno spasmodico desiderio di stare attento alla vita. A leggere il diario, Il mestiere di vivere, fa quasi impressione. Ci svela un’attenzione ai particolari, alle sfumature psicologiche, esistenziali ed estetiche quasi eccessiva. Dev’essere successo qualcosa nel cuore del ventesimo secolo che ha acutizzato il senso di domanda perché è uno dei rari periodi della storia in cui tante persone si sono lasciate interrogare in modo così profondo e costante. E’ l’esistenzialismo, non tanto come filosofia o posizione ideologica, ma come atteggiamento diffuso. A tante persone, oggi, dà quasi fastidio. Di coloro che si interrogano molto sul senso della vita i giovani dicono che si fanno dei “viaggi” mentali. Anche se sinceramente non ho mai sentito nessun giovane che abbia tratto questo giudizio dalla lettura del diario di Pavese (che pure di auto-interrogazione ne faceva!).

Leggere una poesia come un fatto della vita, dunque. E’ possibile, senza essere banali e senza fuoriuscire dal messaggio? Perché dovremo pur chiederci prima o poi dove vive la letteratura. Quali sia cioè lo spazio di ricezione e di esperienza di un testo dopo che è stato scritto (certo, un momento di alta vita del testo è l’attimo sorgivo, il momento in cui viene alla luce; ma non può bastare). Insomma, cosa ce ne facciamo di questa massa di pagine e di scrittura che le biblioteche di casa, delle istituzioni e anche virtuali oggigiorno si ostinano a conservare? Non può essere che sia tutta roba da studiosi, da insegnanti e neppure da studenti (ammesso che lo sia). Insomma, cosa vuol dire leggere? Dove e quando si legge veramente? Dove, dove vive la letteratura?
A scuola, senza dubbio. Si potrà dire tutta una catena di cattiverie sulla scuola italiana, e un certo numero di queste cattiverie sarà anche vera, ma la scuola rimane il luogo quantitativamente privilegiato per la vita della letteratura. Registro qui il dato di fatto, poi tutte le considerazioni e le cattiverie sono utili. Per questo spiare i docenti e i ragazzi mentre ascoltano, spesso insieme, un testo di Pavese, costituisce un aiuto alla sua comprensione. Lo confesso, certe cose, rinvenute in certe poesie o pagine di narrativa, le ho scoperte insegnando. Non le ho mai trovate in nessuna esplorazione critica d’alto rango, eppure mi piace confrontarmi con la critica letteraria, che non ritengo né superflua né in crisi. Ma attenzione perché alcune delle cose appuntate qua e là sulla poesia di Pavese potrebbe venirmi dal ricordo di un’osservazione fatta da uno smilzo e brusco diciassettenne.

La poesia che voglio leggere è Incontro. È stata scritta nel 1932, quando Pavese aveva ventiquattro anni, si era già calato nel bagno della letteratura americana tanto che nello stesso anno firma quella che Roberto Cantini definisce “una perfetta traduzione da Melville, Moby Dick” e in Italia cominciano ad imporsi largamente e stringersi le maglie del fascismo, tanto che tre anni dopo Pavese stesso subirà il confino per motivi politici. È una poesia misteriosa, tanto che non si capisce come faccia Natalino Sapegno, che non amava molto le domande esistenziali, a parlare di questa raccolta come “di una poesia non elusiva né allusiva”.

Incontro

 
Queste dure colline che han fatto il mio corpo
e lo scuotono a tanti ricordi, mi han schiuso il prodigio
di costei, che non sa che la vivo e non riesco a comprenderla.
 
L’ho incontrata, una sera: una macchia più chiara
sotto le stelle ambigue, nella foschia d’estate.
Era intorno il sentore di queste colline
più profondo dell’ombra, e d’un tratto suonò
come uscisse da queste colline, una voce più netta
e aspra insieme, una voce di tempi perduti.
 
Qualche volta la vedo, e mi vive dinanzi
definita, immutabile, come un ricordo.
Io non ho mai potuto afferrarla: la sua realtà
ogni volta mi sfugge e mi porta lontano.
Se sia bella, non so. Tra le donne è ben giovane:
mi sorprende, e pensarla, un ricordo remoto
dell’infanzia vissuta tra queste colline,
tanto è giovane. È come il mattino, Mi accenna negli occhi
tutti i cieli lontani di quei mattini remoti.
E ha negli occhi un proposito fermo: la luce più netta
che abbia avuto mai l’alba su queste colline.
 
L’ho creata dal fondo di tutte le cose
che mi sono più care, e non riesco a comprenderla.

C’è un ritornello: “non riesco a comprenderla”. L’oggetto è una donna, ma è una figura che sfugge, direi genericamente femminile. Qualcuno mi ha detto: la poesia, la vita… Ma può essere benissimo una persona precisa, ad esempio la Tina; è la sua essenza che trascende. Antonio Santori, il poeta marchigiano che amava molto questa poesia, parla di un “linguaggio quotidiano che tenta di aderire alle cose e alle persone per portarne in luce però la loro imprendibilità, il loro fascino segreto”.
Il sintagma “queste colline” è ripetuto cinque volte, come un poderoso tentativo di ancorare a qualcosa di solido una realtà che “ogni volta mi sfugge e mi porta lontano”. Non solo le colline, la terra, la concretezza, ma anche “queste”, il dimostrativo delle cose vicine, tangibili, conosciute e possedute. Il movimento che è dato a tutto questo testo assai complesso viene dalla lotta che intercorre tra astrazione e realtà, tra concretezza e vaghezza, da un accostamento di elementi spesso in contrasto: “una macchia più chiara” (ma è un chiarore davvero ben definito?) sotto “stelle ambigue” e “foschia d’estate”; strano posto le Langhe, dove c’è la foschia anche d’estate! Ma, se si può dire, la foschia d’estate è una cosa ancor meno netta della foschia invernale, è foschia della foschia! Inoltre questa poesia incomincia di sera, il momento dell’incontro, e finisce nel mattino, ciò a cui quell’incontro porta a pensare. Ma sono mattini remoti, antichi: ancora un contrasto tra qualcosa che è giovanissimo, l’infanzia, è addirittura l’antichità di ricordi remoti. E poi i ricordi: davvero sono definiti e immutabili, come dice il poeta? O forse sì, ma a prezzo di mutare la realtà da cui scaturiscono. A chi non capita di reincontrare luoghi e persone che ricordavamo diversi? L’immagine femminile che qui è evocata, però, non ha la vaghezza del dubbio: “L’ho creata dal fondo di tutte le cose/che mi sono più care”… Si tratta di inafferrabilità, di un paradosso: le cose più prodigiose e profonde non possiamo né possederle né comprenderle una volta per tutte. Il paradosso, il movimento, il contrasto che si agitano in questa poesia danno un generale senso di mistero, di bellezza anch’essa indefinibile (“se sia bella non so”) di grazia dura e alta.