La Pietra



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Introduzione tratta dalla “Nota del curatore” del volume di Osip Mandel’štam, La pietra (Il Saggiatore, Milano 2014)

Sebbene un singolo anno non possa essere assunto come unico punto di riferimento di un’epoca, fu intorno 1913, data della prima edizione de La pietra, che l’età d’argento della letteratura russa cominciò a dissolversi, lasciando il posto alla vivida e turbolenta età delle avanguardie, soprattutto del futurismo, che si sovrappose al simbolismo russo, che ebbe tra i principali esponenti Aleksandr Blok, Vjačeslav Ivanov e Andrej Belyi. In questo periodo la poesia ebbe il sopravvento sulla narrativa, che pure, pochi decenni prima, aveva dato le grandi opere di Dostoevskij, Tolstoj, Čechov, Turgenev. Le due caratteristiche fondamentali del simbolismo russo erano la forte sensibilità mistico-religiosa e la coincidenza tra arte e vita. A proposito del primo punto, Viktor Šklovskij ha affermato che «la poetica dei simbolisti […] ha sempre tentato di trasformarsi in corso di iniziazione alla misterosofia». Per Vjačeslav Ivanov la poesia doveva servire a elevarsi dal mondo fenomenico a quello del noumeno: «a realibus ad realiora» (dal reale alla realtà superiore), per dirla con l’espressione latina che egli stesso amava usare. Riguardo il secondo aspetto, dice Vladislav Chodasevič: «Il simbolismo non voleva essere soltanto una scuola artistica, una corrente letteraria. Aspirava a diventare un metodo creativo-esistenziale; in ciò stava la sua profonda verità, forse irrealizzabile; tuttavia l’intera sua storia è trascorsa, sostanzialmente, nella costante ricerca di questa verità. Si trattò di una serie di tentativi, in alcuni casi autenticamente eroici, volti a creare una lega di arte e vita, una sorta di pietra filosofale dell’arte».
Quando nel 1910 Mandel’štam pubblicò sulla rivista Apollon cinque poesie della raccolta La pietra, era un diciannovenne di straordinaria sensibilità che doveva fare i conti con questa temperie culturale. Così ne parla Sergej Averincev: «Le poesie del 1908-1910 costituiscono un fenomeno pressoché unico nell’intera storia della poesia mondiale: è molto difficile trovare da qualche altra parte una tale combinazione tra la psicologia immatura di un giovane, poco più che adolescente, e una così perfetta maturità nell’osservazione e descrizione poetica proprio di quella stessa psicologia». È importante tenerne conto per comprendere i versi di questa raccolta, che sono contemporaneamente limpidi (come quelli dei classici) e oscuri, tormentati (come l’epoca in cui sono nati). Il lavoro di scrittura poetica e di riflessione di Mandel’štam si forgiò inizialmente nella critica alle istanze primarie del simbolismo e registrò la sua adesione alla Cech poetov (Gilda dei poeti). «Tale denominazione» spiega Efim Etkind «usata nel Medioevo dalle associazioni degli artigiani medievali […] sottolineava l’attenzione prestata all’aspetto professionale-tecnico della versificazione». Alla Gilda aderirono numerosi poeti che, sotto la guida di Sergej Gorodeckij e Nicolaj Gumilëv (e con Anna Achmatova come segretaria), formarono, contemporaneamente al futurismo, uno dei movimenti più importanti del periodo: l’acmeismo. Il nome venne scelto già nella prima riunione, tenutasi a casa di Gorodeckij il 20 ottobre 1911, e ben presto il gruppo rivelò il deciso proposito di superare il simbolismo, tanto che la Achmatova, anni dopo, sosteneva: «Il simbolismo era indubbiamente un fenomeno del xix secolo. La nostra rivolta contro il simbolismo era assolutamente legittima, perché noi ci sentivamo uomini del xx secolo e non volevamo restare nel passato».
Ben più importanti furono i manifesti del nuovo movimento che apparvero sulla rivista Apollon nel fatidico 1913. Avrebbero dovuto essere tre: uno di Gumilëv, uno di Gorodeckij e uno di Mandel’štam. Quest’ultimo però fu pubblicato misteriosamente solo sei anni dopo. Intitolato Il mattino dell’acmeismo, ancorché procrastinato, appare oggi come il più incisivo e preciso. È incentrato sulla parola poetica, così come essa funziona ed entra in relazione col mondo. Vi si afferma innanzitutto che la parola poetica è l’unione di molti elementi che ne costituiscono la particolare «densità» e il significato cosciente (logos); che non ha «valore in sé», ma permette di accedere a una «gioiosa interazione con i propri simili, come le singole pietre in una cattedrale gotica», da cui discende anche l’importanza fondamentale del rapporto tra poesia e mondo reale, il quale, a sua volta, è composto di fenomeni tutti egualmente importanti perché, per il fatto stesso di esistere, si oppongono al non essere, al vuoto, criticando con ciò la formula «a reali bus ad realiora» di Ivanov e giungendo alla nota conclusione: «Amate l’esistenza della cosa più della cosa stessa e
il vostro essere più di voi stessi: ecco il più grande precetto dell’acmeismo». Molte delle indicazioni date fin qui possono guidare alla lettura di La pietra, anche se, naturalmente, non ne esauriscono la ricchezza formale e tematica.
Partiamo dai due punti di rottura col simbolismo: l’identità arte-vita e il religioso. Abbiamo già visto come gli acmeisti privilegiassero l’aspetto del mestiere nella scrittura, almeno bilanciandone l’importanza al peso dell’ispirazione. In queste poesie di Mandel’štam il tema viene affrontato spesso, soprattutto nel paragone con l’architettura, tipico di alcuni tra i testi migliori, come La conchiglia, Santa Sofia, Ammiragliato e soprattutto Notre Dame, che si conclude con questa affermazione perentoria: «dal peso cattivo / un giorno anch’io il Bello creerò». La pesantezza della parola è la sua ferialità, che porta a una perdita di spessore semantico, a una banalizzazione del significato. L’idea dell’arte come artigianato (quante volte ricorrono le immagini del falegname, del filo a piombo, del costruire) conduce al tono particolare, squisitamente classico ed equilibrato della raccolta. «La solennità del primo Mandel’štam […] si combina col ritmo lento del verso e suscita l’impressione di uno sguardo svagato che guarda attraverso le cose» dice Sergej Averincev. E più avanti: «La solennità […] da cosa è motivata allora? […] appare evidente che l’argomento di cui si occupa è l’essere stesso delle cose». La citazione ci accompagna direttamente al secondo punto di frizione con il simbolismo: la questione religiosa. Per Mandel’štam sembra infatti che nel mondo ci sia già tutto, che non occorra nessun volo in nessun cielo per giungere all’essere. In questo senso non teme neppure di trattare argomenti assolutamente quotidiani, come i bambini che comprano il gelato («Gelati».Sole. Etereo biscotto), il Cinematografo, il Tennis, anche con una certa ironia (pare che fosse dotato di ottimo senso dell’umorismo). Dal punto di vista personale era poi discreto, al limite della ritrosia, sul proprio sentimento religioso e, anzi, criticava spesso i sodali Gumilëv e Achmatova per l’eccessivo scialo di Dio nelle loro poesie. Per Mandel’štam citare Dio era allontanarsene, come dice chiaramente la poesia La tua immagine pietosa e indefinita; sembra che per lui il comandamento «Non nominare il nome di Dio invano» fosse particolarmente serio. In generale la sua simpatia andava alle forme di devozione austere e non appariscenti, cosa che lo spinse a lasciare l’ebraismo e a convertirsi al cristianesimo, aderendo alla chiesa metodista con il battesimo del 14 maggio 1911 a Vyborg.

Un grande poeta classico russo, Puškin, viene a più riprese esplicitamente citato, come dimostrano le belle Strofe pietroburghesi. I versi «E sulla Nevà ambasciate di mezzo mondo / l’Ammiragliato, il sole, il silenzio!» e «Un pedone suscettibile, modesto, / uno strambo Evgenij, si vergogna della povertà» riprendono immagini e protagonista del Cavaliere di bronzo, poemetto puškiniano assai noto al lettore russo, dove si raccontano l’epopea della città di San Pietroburgo appena fondata dallo zar Pietro il Grande e le vicissitudini dell’impiegatuccio Evgenij, il quale perde la vita
durante un’alluvione che travolge la città. I versi «Carico pesante dello snob settentrionale / è l’antica noia di Onegin» sono un evidente rimando al romanzo in versi Evgenij Onegin, capolavoro puškiniano.
Non è solo il classicismo russo a contribuire alla solennità di La pietra; ritorna qui insistente anche l’immagine di Roma, come si può osservare, per esempio, in Con allegri nitriti pascolano le mandrie, dove l’autore afferma di essere nato proprio a Roma. La città eterna incarna la gravità e la severità della storia e della cultura, almeno al pari dell’architettura gotica o pietroburghese. E allo stesso modo riflette il fascino del cattolicesimo che esemplifica per Mandel’štam l’attrattiva per una cultura mondiale, così come indica il significato stesso della parola «cattolico» (universale), ma anche la figura del pontefice, incarnazione di un punto universale d’unità (va ricordato che alcune poesie coeve a La pietra, non inserite in questa edizione, parlano di Roma; una addirittura è dedicata a un’enciclica di Benedetto xv). D’altronde un’altra definizione che Mandel’štam dà dell’acmeismo è «nostalgia della cultura mondiale». L’idea è filtrata dalla lettura dell’opera di Pëtr Čaadaev (ripubblicata anch’essa nel cruciale 1913, dopo una lunga interdizione dovuta alla censura), che fulminò Mandel’štam e su cui egli compose un saggio nel ’14. Čaadaev era un intellettuale del xix secolo che scrisse, in francese, alcuni interventi di carattere occidentalista sulla storia della Russia osservata da un punto di vista europeo, soprattutto latino: come ricorda Averincev, «dell’occidentalista russo del secolo scorso lo sbalordì l’idea dell’unità come legame di significato extratemporale, tuttavia presente nella concretezza non inventata della continuità storica, della quale Čaadaev cercava una visibile incarnazione nel fenomeno della Chiesa cattolica». L’influenza di queste idee riecheggia in alcune poesie di La pietra, come L’abate o Il bordone. Della ricchezza di questa raccolta, poi, fa parte anche l’articolato riferimento a opere della letteratura mondiale, che rende la tramatura dei versi particolarmente fitta di rimandi e che piaceva tanto a un autore colto, ancorché simbolista, come Ivanov: Poe, Ossian, Flaubert, Zola, Dickens, Racine e gli ancor più classici Omero e Ovidio vi sono citati.

Gianfranco Lauretano

Дано мне тело – что мне делать с ним,
Таким единым и таким моим?

За радость тихую дышать и жить,
Кого, скажите, мне благодарить?

Я и садовник, я же и цветок,
В темнице мира я не одинок.

На стекла вечности уже легло
Мое дыхание, мое тепло.

Запечатлеется на нем узор,
Неузнаваемый с недавних пор.

Пускай мгновения стекает муть –
Узора милого не зачеркнуть!
1909

Mi è stato dato un corpo – cosa devo farne
così unico e così mio?

Per la placida gioia di respirare e vivere
chi, ditemi, devo ringraziare?

Io sono giardiniere e sono anche fiore,
nella prigione del mondo io non sono solo.

Sui vetri dell’eternità si è steso
il mio respiro, il mio calore.

Su di esso si è impresso un disegno
ultimamente indecifrabile.

Lascia che sgoccioli il sedimento dell’attimo –
il caro disegno non si può cancellare.
1909

Раковина

Быть может, я тебе не нужен,
Ночь; из пучины мировой,
Как раковина без жемчужин,
Я выброшен на берег твой.

Ты равнодушно волны пенишь
И несговорчиво поешь;
Но ты полюбишь, ты оценишь
Ненужной раковины ложь.

Ты на песок с ней рядом ляжешь,
Оденешь ризою своей,
Ты неразрывно с нею свяжешь
Огромный колокол зыбей;

И хрупкой раковины стены –
Как нежилого сердца дом –
Наполнишь шепотами пены,
Туманом, ветром и дождем…
1911

La conchiglia

Forse non ti sono necessario,
notte; dall’abisso dell’universo
come una conchiglia senza perle
sono buttato fuori alla tua riva.

Impassibilmente tu schiumi le onde
e scontrosamente canti,
ma tu amerai, tu apprezzerai
la bugia della conchiglia inutile.

Sulla sabbia ti stenderai accanto a lei
le metterai il tuo paramento
tenacemente la congiungerai
all’enorme campana crespa del mare,

e le pareti della fragile conchiglia,
come casa di un cuore inabitato,
ricolmerai con sussurri di schiuma
di bruma, di vento e di pioggia…
1911

Notre Dame

Где римский судия судил чужой народ, –
Стоит базилика, и – радостный и первый –
Как некогда Адам, распластывая нервы,
Играет мышцами крестовый легкий свод.

Но выдает себя снаружи тайный план:
Здесь позаботилась подпружных арок сила,
Чтоб масса грузная стены не сокрушила,
И свода дерзкого бездействует таран.

Стихийный лабиринт, непостижимый лес,
Души готической рассудочная пропасть,
Египетская мощь и христианства робость,
С тростинкой рядом – дуб, и всюду царь – отвес.

Но чем внимательней, твердыня Notre Dame,
Я изучал твои чудовищные ребра,
Тем чаще думал я: из тяжести недоброй
И я когда-нибудь прекрасное создам.

1912

Notre Dame

Dove un giudice romano sanciva gli stranieri
sta una basilica e, felice e primeva
come un tempo Adamo, distende i nervi,
gioca con i muscoli la leggera volta a croce.

Ma tradisce dall’esterno il suo progetto nascosto:
qui la forza elastica degli archi si premurò
che la massa possente non demolisse le pareti
e l’ariete della volta insolente se ne stesse buono.

Labirinto delle forze naturali, incredibile foresta,
abisso razionale dell’anima gotica, potenza
dell’Egitto e ritrosia cristiana, quercia
con il giunco accanto e, sempre re, il filo a piombo.

Ma, fortezza Notre Dame, con quanta più attenzione
io studiavo le tue costole imponenti,
tanto più spesso pensavo: dal peso cattivo
un giorno anch’io il Bello creerò.

1912

Образ твой, мучительный и зыбкий,
Я не мог в тумане осязать.
«Господи!» сказал я по ошибке,
Сам того не думая сказать.

Божье имя, как большая птица,
Вылетело из моей груди.
Впереди густой туман клубится,
И пустая клетка позади…
1912

La tua immagine pietosa e indefinita
non potevo toccare nella nebbia.
«Signore» ho detto io per sbaglio
senza neppure pensare di dirlo.

Il nome di Dio, come un grande uccello,
mi è volato via dal petto.
Davanti turbina una fitta nebbia
dietro la gabbia è rimasta vuota…
1912

Петербургские строфы
Н. Гумилеву

Над желтизной правительственных зданий
Кружилась долго мутная метель,
И правовед опять садится в сани,
Широким жестом запахнув шинель.

Зимуют пароходы. На припеке
Зажглось каюты толстое стекло.
Чудовищна – как броненосец в доке –
Россия отдыхает тяжело.

А над Невой – посольства полумира,
Адмиралтейство, солнце, тишина!
И государства жесткая порфира,
Как власяница грубая, бедна.

Тяжка обуза северного сноба –
Онегина старинная тоска;
На площади Сената – вал сугроба,
Дымок костра и холодок штыка…

Черпали воду ялики, и чайки
Морские посещали склад пеньки,
Где, продавая сбитень или сайки,
Лишь оперные бродят мужики.

Летит в туман моторов вереница;
Самолюбивый, скромный пешеход –
Чудак Евгений – бедности стыдится,
Бензин вдыхает и судьбу клянет!
1913

Strofe pietroburghesi
a N. Gumilëv

Sulla gialla sede del governo
lungamente ha mulinato la torbida tormenta
e di nuovo il magistrato siede in slitta
chiudendo il cappotto con un gesto largo.

I battelli svernano. Nel lato esposto al sole
si accende il vetro spesso di una cabina.
Enorme, come una corazzata nel dock,
la Russia riposa grevemente.

E sulla Nevà ambasciate di mezzo mondo
l’Ammiragliato, il sole, il silenzio!
La ruvida porpora di Stato
povera come un cilicio grossolano.

Carico pesante dello snob settentrionale
è l’antica noia di Onegin;
un vallo in piazza del Senato, un cumulo di neve,
l’esile fumo di un falò, il brivido d’una baionetta.

I canotti attingevano acqua e i gabbiani
marini frequentavano il magazzino della canapa
dove, vendendo grappe al miele o pagnottelle,
girano solo pomposi contadini.

Vola nella nebbia una fila di motori.
Un pedone suscettibile, modesto,
uno strambo Evgenij, si vergogna della povertà
inala benzina e maledice il destino.
1913

Посох

Посох мой, моя свобода –
Сердцевина бытия,
Скоро ль истиной народа
Станет истина моя?

Я земле не поклонился,
Прежде, чем себя нашел;
Посох взял, развеселился
И в далекий Рим пошел.

А снега на черных пашнях
Не растают никогда,
И печаль моих домашних
Мне по-прежнему чужда.

Снег растает на утесах,
Солнцем истины палим,
Прав народ, вручивший посох
Мне, увидевшему Рим!
1914

Il bordone

Mio bordone, mia libertà –
cuore della vita,
presto vera per il popolo
diverrà la mia verità?

Non mi sono inchinato alla terra
prima di trovar me stesso;
ho preso il bordone, mi sono rallegrato
e recato nella lontana Roma.

Ma le nevi sui campi neri
non si scioglieranno mai
e la tristezza dei miei
come prima mi è estranea.

La neve si scioglierà sulle rocce
arsa dal sole della verità.
Ha ragione il popolo che consegna
il bordone a me, che ho visto Roma!
1914

Бессонница. Гомер. Тугие паруса.
Я список кораблей прочел до середины:
Сей длинный выводок, сей поезд журавлиный,
Что над Элладою когда-то поднялся.

Как журавлиный клин в чужие рубежи –
На головах царей божественная пена –
Куда плывете вы? Когда бы не Елена,
Что Троя вам, одна, ахейские мужи?

И море, и Гомер – всё движется любовью.
Кого же слушать мне? И вот Гомер молчит,
И море черное, витийствуя, шумит
И с тяжким грохотом подходит к изголовью.
1915

Insonnia. Omero. Vele tese.
Ho letto fino a metà il catalogo delle navi:
questa la lunga nidiata, questo il treno di gru
che un giorno si alzò dall’Ellade.

Cuneo di gru su confini stranieri
schiuma di dèi sulle teste dei re
dove navigate? Se non ci fosse Elena
cosa sarebbe Troia per voi, uomini achei?

E il mare, e Omero – l’amore muove tutto.
Chi ascolterò allora? Ecco, Omero tace
e il mare nero rintrona prorompendo
e con massiccio rombo s’addossa al capezzale.
1915