Sonetti a Cesena



Il sonetto di Lauretano non è uno strumento di auto-tortura di una lingua e una coscienza vuote, ma si piega agilmente ad evocazioni paesistiche della sua regione, al contempo affettuose e sconsolate (I-IV, XI), a momenti di irritazione civile che sanno sempre fermarsi al di qua dell’insopportabile retorica della poesia “impegnata” (XIII), a una simpatica celebrazione del vino in cui il soggetto viene abilmente svelato solo nella chiusa del testo (XIX), a riprese del tema sonettistico per eccellenza, l’amore, vuoi in astratto (XVI, XXIII), vuoi come omaggio alla moglie (XXV). Sarebbe pedante elencare tutti i temi; si fa prima e meglio a leggerli. Mi piace però segnalare i ritratti di due poeti conterranei dell’autore, Tolmino Baldassari e Gianni Fucci (XVII, XVIII), non solo per la loro qualità, ma anche per far rilevare la contiguità fra la poesia di Lauretano e quella dialettale, la quale, non a caso, ha conosciuto nel Novecento grandi cambiamenti ma non una vera frattura con la tradizione.

Edoardo Zuccato

IX

Anch’io t’ho guardato luna bianca
meravigliato molto che ci fossi
sempiterna, non paga e neanche stanca
di riandare i calli e i nostri dossi.

A bocca aperta come un bambino
o un veggente ad una apparizione
non era il mio pensiero più meschino
e mi sembrava l’umana condizione

migliore o, almeno, meno nera
più largo il respiro della mente
preda normalmente delle ore.

Non è che t’ho parlato quella sera
ma pure quel guardarti solamente
di calma m’ha riempito, di stupore.

XI

Osservo come per la prima volta
i frutteti perfetti, le verdure
la nostra collina aspra e avvolta
di luce, le macchie e le arature;

lassù una casa antica e sontuosa
un’altra persa come sentinella
nell’aria che si tocca, luminosa
come Leonardo, quando la pennella.

In certi giorni chiari o quando piove
io spero che assomigli a questa terra
il Paradiso con tutti i suoi dintorni.
Come giocando affronterei le prove
perché l’andarvi, passata questa guerra,
sarebbe il meglio di tutti i ritorni.

XV

È perfetta la neve quando cade
il mondo rassomiglia ad un bambino
ma tu pensa filmare da vicino
i fiocchi che riempiono le strade

e i mille e mille cambiamenti
i loro crolli e tutto l’ammucchiarsi
l’anarchia, l’ordine, la catarsi
la norma che ne fissa i movimenti!

Così dev’esser bianco il paradiso
come quaggiù è bianca quella norma
che alla fine è legge ma non greve;

ci andrà, secondo il mio avviso,
chi in vita ha assunto quella forma
la regola che regola la neve.

XVII

a Tolmino Baldassari

Caro maestro, amico mio, Tolmino
quanto m’è caro quel punto nella piana
vicino al fiume, al ponte anti-fiumana
che associo sempre all’ora del mattino

quanto mi è cara quella staccionata
la scritta e soprattutto l’accoglienza
i tuoi racconti e la tua pazienza
nel leggere la rima mia stentata.

Venire a visitarti è sempre stato
trovar me stesso nel trovare te;
seguire le orme di sicura via

che avesse come faro appassionato
il far di un uomo e d’un poeta che
è il padre d’una grande poesia.

XVIII

a Gianni Fucci

I tuoi versi mi son cari Gianni
dentro di loro tanto ho abitato
dimore del tuo cuore indissetato
luoghi d’oggetti storie volti affanni

come la casa dove vivi e scrivi
ch’è come te (e un po’ come Mafalda)
di colori e di memorie calda
segni di amici nel tempo vivi.

Ed il paese tuo col suo dialetto
dove il vento balla o la nebbia cade
diventa esso stesso abitazione

dove ci accogli, ospite perfetto,
tra ricordi stupiti e ombre rade
riassunto della nostra condizione.